Se sei sempre più frustrato dalla tua attuale piattaforma di service management, probabilmente ti sei già posto una domanda: e adesso?
Forse i costi di licenza sono diventati difficili da giustificare. Forse il valore che la tua CMDB prometteva non si è mai del tutto concretizzato. O magari i tuoi team si ritrovano a lavorare aggirando lo strumento, invece di usarlo davvero a proprio vantaggio.
Qualunque sia il motivo scatenante, la decisione che hai davanti non riguarda solo quale piattaforma scegliere, ma anche come affrontare il cambiamento.
Questa scelta conta molto più di quanto molti leader immaginino. E sbagliarla può rivelarsi uno degli errori più costosi che un’azienda possa commettere.
Perché l’istinto a migrare spesso non basta
Quando le organizzazioni decidono di abbandonare una piattaforma ITSM legacy, l’istinto naturale è trattare il cambiamento come un intervento puramente tecnico. Si mappano i processi esistenti, si individuano le funzionalità equivalenti nel nuovo strumento, si trasferiscono i dati, si riqualificano i team e si mette in esercizio la nuova piattaforma.
È quello che comunemente viene definito una migrazione “lift and shift”, l’approccio più diffuso nelle transizioni ITSM in ambito enterprise.
Il suo fascino è comprensibile: la migrazione appare come un’opzione a rischio più contenuto. Preserva ciò che già esiste, mettendo a proprio agio gli stakeholder ed evitando le difficoltà percepite legate al change management. Sulla carta, sembra un percorso lineare dal punto A al punto B.
Ma qui sta il problema: se la tua piattaforma attuale non genera valore, non è solo la tecnologia a frenare la tua organizzazione. A pesare sono i processi costruiti intorno ad essa, le abitudini radicate nel tempo e la mancanza di allineamento organizzativo che la sostiene.
Trasferire gli stessi processi e le stesse abitudini in un nuovo strumento non risolve nulla. Significa semplicemente riprodurre i problemi esistenti in un ambiente più moderno in apparenza, introducendo al tempo stesso nuove criticità impreviste. Questo può accadere per differenze di compatibilità tra le funzionalità di origine e di destinazione, oppure per disparità tra le feature e le capacità delle due piattaforme.
In pratica: hai investito in una trasformazione ma hai ottenuto solo una copia incompleta (o peggiore) di ciò che avevi prima.
Il risultato è prevedibile: nel giro di 6/12 mesi, i team iniziano a sollevare le stesse criticità. L’adozione resta disomogenea. Emergono nuove frustrazioni legate alla novità dello strumento e a funzionalità poco fluide. I problemi di visibilità dei dati non sono scomparsi. E nel frattempo hai investito un budget significativo in un programma che non ha avuto un impatto concreto. Anzi, si potrebbe sostenere che la situazione sia persino peggiorata.
Che cosa significa davvero trasformazione ITSM?
Una trasformazione del service management parte da un presupposto completamente diverso: invece di chiedersi “come possiamo replicare ciò che abbiamo nel nuovo strumento?”, si chiede: “che cosa significa, per la nostra organizzazione, fare buon service management e come possiamo costruirlo?”.
L’attenzione si sposta dalla tecnologia ai risultati: si definisce il modello operativo futuro, si comprende come i servizi debbano essere erogati e si determina quale esperienza serva al business e ai suoi utenti. Solo a quel punto l’organizzazione dovrebbe valutare in che modo strumenti, processi e automazione possano abilitare questa visione.
Partendo dai risultati di business desiderati, anziché dall’implementazione tecnica, le organizzazioni evitano di ricreare inefficienze esistenti su una nuova piattaforma e pongono invece le basi per il successo nel lungo periodo.
Questa distinzione può sembrare filosofica, ma ha conseguenze molto concrete su come il programma viene strutturato, su chi viene coinvolto, sui tempi necessari e, in ultima analisi, sui risultati che riesce a ottenere
Una trasformazione considera il cambio di piattaforma come un’opportunità per ripartire da basi nuove. Non per scartare il patrimonio di conoscenze accumulato, ma per rimettere in discussione processi, workflow e configurazioni stratificati nel tempo, chiedendosi se stiano davvero supportando il business.
Molte organizzazioni enterprise scoprono che una parte significativa delle personalizzazioni ITSM non esiste per una reale esigenza di business, ma perché qualcuno le ha create anni fa per gestire casi particolari o problemi isolati, che col tempo si sono sommati. Queste personalizzazioni comportano un carico di manutenzione, rendono più complessi gli aggiornamenti e spesso finiscono per offuscare ciò che le best practice ITIL raccomanderebbero in modo naturale.
La trasformazione parte dalla situazione attuale dell’azienda e disegna un percorso per portarla dove desidera arrivare, eliminando la complessità accumulata nel tempo. Semplifica, standardizza e modernizza i processi ITSM core, introduce un approccio orientato prima di tutto al valore per il business (evitando di ricadere nell’eccesso di personalizzazioni) e, aspetto cruciale, prepara l’organizzazione a sfruttare capacità come IA e automazione, che per funzionare correttamente richiedono dati puliti e strutturati, oltre a modalità operative coerenti.
Nulla di tutto questo accade automaticamente passando a una nuova piattaforma. Servono una progettazione intenzionale, lo coinvolgimento degli stakeholder e un approccio strutturato al cambiamento.